Davyd Andreish mentre si allena con l'handbike

Palalimpiadi, parola a Davyd Andriyesh: “A Villasanta manca la cultura dello sport inclusivo, sarebbe utile per tutta la comunità”

Sport By Mar 05, 2026

Il campione regionale di handbike e vice presidente di Io Scelgo Villasanta, all’apertura della settimana che vedrà protagonisti gli atleti delle Paralimpiadi parla del mondo dello sport inclusivo.

Davyd Andryiesh, classe 2002, studente alla magistrale di Comunicazione all’Università Cattolica di Milano. E’ famoso per le battaglie sull’accessibilità, in particolare per il Besanino, battaglia che è riuscito a vincere grazie alla conquista della Sala Blu alla stazione di Villasanta. Oggi ci parla della sua attività preferita: lo sport. E’ infatti un campione di handbike, lo stesso sport che praticava Alex Zanardi e che vede Davyd sfrecciare per le strade della Brianza macinando chilometri e medaglie.

Le Paralimpiadi stanno per aprirsi. Da atleta e campione di handbike, cosa rappresenta per te questo appuntamento, non solo dal punto di vista sportivo ma anche simbolico?

Le Paralimpiadi sono il traguardo di una vita. Per ogni atleta, paralimpico o olimpico, rappresentano il sogno per cui ti alleni ogni giorno. E hanno anche un valore storico enorme: questo movimento nasce nel 1948, in un’epoca in cui le persone con disabilità erano invisibili. I primi Giochi Paralimpici moderni si sono tenuti proprio in Italia, a Roma nel 1960, e da allora ogni edizione ha fatto un passo avanti.
Negli ultimi anni – soprattutto dal 2012 – la visibilità è cresciuta, anche se la copertura mediatica resta lontana da quella dei Giochi Olimpici. Ci sono pochi articoli, poca narrazione, e spesso sembra che i Giochi Paralimpici passino in secondo piano. Però la Rai quest’anno garantirà una copertura quasi totale, ed è un segnale importante.
Spero che, andando verso le future edizioni come Los Angeles, la cultura dello sport paralimpico continui a crescere.

Negli ultimi anni lo sport paralimpico ha guadagnato più attenzione. È un vero cambio culturale o c’è ancora strada da fare?

Un cambiamento c’è stato, inutile negarlo. Ma non basta. Perché lo sport paralimpico sia percepito come “sport vero”, senza etichette, serve continuità, presenza nei media e una cultura dello sport più solida. Ancora oggi il mondo paralimpico deve lottare per non essere relegato in una categoria a parte.

Dal punto di vista di un atleta, che cosa manca oggi allo sport paralimpico in Italia?

Allo sport paralimpico in Italia mancano soprattutto accesso, risorse e visibilità. Sarebbe fondamentale che il movimento entrasse di più negli ospedali e nei centri di riabilitazione, dove molte persone scoprono per la prima volta la possibilità di fare sport. Poi c’è il tema economico: l’attrezzatura è costosa — una handbike può arrivare a 18.000 euro — e non tutti possono permetterselo. Lo Stato dovrebbe sostenere maggiormente l’acquisto di ausili sportivi per permettere a chiunque di iniziare.

Un altro grande problema è la mancanza di sponsor. La scarsa attenzione mediatica crea un circolo vizioso: se i Giochi e gli atleti paralimpici sono poco raccontati, anche le aziende investono meno. E questo si ripercuote direttamente sulla vita degli atleti.

A differenza di molti sportivi olimpici di alto livello, la maggior parte degli atleti paralimpici deve lavorare per mantenersi e non può vivere di sport. Ci sono eccezioni straordinarie, come Bebe Vio o Simone Barlaam, che con il loro percorso hanno dato una spinta enorme a tutto il movimento, ma restano casi isolati. La normalità, purtroppo, è che un atleta paralimpico debba conciliare allenamenti e lavoro, con un carico molto più pesante rispetto ai colleghi olimpici.

L’handbike è affascinante ma ancora poco conosciuta. Che cosa ti ha dato e cosa diresti a chi vuole avvicinarsi allo sport?

L’handbike mi ha dato libertà, socialità, nuove possibilità. Non è ancora molto presente nel grande pubblico, anche se la figura straordinaria di Alex Zanardi l’ha resa più visibile e ha ispirato tante persone a uscire di casa e provare uno sport.
A chi sta pensando di iniziare dico: provaci. Lo sport non è solo attività fisica, è un’esperienza sociale potente, un modo per ritrovare fiducia ed esprimersi dimenticando la propria disabilità.

Restando sul territorio: a Villasanta c’è abbastanza sensibilità verso lo sport paralimpico e l’accessibilità? Cosa si può migliorare?

Villasanta, come molti comuni italiani, ha ancora margini di miglioramento. Prima di tutto servono strutture accessibili: eliminare barriere architettoniche nei centri sportivi e dotarsi di attrezzature utilizzabili da tutti.
Manca soprattutto una cultura dello sport inclusivo, che nei paesi anglosassoni è molto più sviluppata. Un esempio concreto? La tensostruttura inaugurata qualche anno fa non ha spogliatoi accessibili.
Mi piacerebbe inoltre che la Festa dello Sport coinvolgesse anche realtà che lavorano nello sport integrato e paralimpico: sarebbe un messaggio forte per tutta la comunità.

Se potessi lanciare un messaggio in occasione dell’apertura delle Paralimpiadi, quale sarebbe?

Vorrei che il pubblico capisse una cosa semplice: lo sport paralimpico non è uno sport di serie B. Gli atleti paralimpici non sono “persone con disabilità che fanno sport”, ma sportivi che si allenano e si sacrificano come tutti gli altri. Guardando le gare, spero che arrivi questo: l’impegno, la passione e la dignità di chi dà tutto, sempre.

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